Il Governo vara il DL “Rilancio”, ma occorre fare ancora molto per ripensare la nostra politica industriale

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A cura di Ivan Giovi

Adesso che abbiamo passato la fase più rigida della crisi sanitaria è giunto il momento di pensare alla ricostruzione, in un momento come questo in cui abbiamo solo iniziato a convivere con il Covid-19. È intervenuto in questo l’ultimo decreto-legge del Governo di Giuseppe Conte denominato DL Rilancio che, oltre alle misure straordinarie per tamponare la situazione di crisi contemporanea di domanda e offerta dovuta alla “chiusura totale” dei due mesi appena trascorsi, esso punta anche ad approntare misure specifiche di sostegno alle imprese. Misure che potremmo definire nell’alveo della politica industriale.

Sappiamo ormai da decenni, e questi ultimi 10 anni ce lo hanno dimostrato in maniera evidente, che un grande problema che l’Italia si porta dietro è la mancanza di una seria politica industriale e, soprattutto, il sottodimensionamento e la sottocapitalizzazione delle imprese sul territorio nazionale. Certo è che il tessuto manifatturiero di PMI che costituisce l’economia del nostro Paese può essere considerato un elemento di forza per capacità di riadattarsi e flessibilità, ma questo non significa che i due modelli non possano convivere.

L’esistenza di un sistema diffuso di PMI (che rappresentano il 98% delle imprese italiane), accompagnato da un sistema diffuso di grandi imprese, non è un obiettivo irrealizzabile, ma anzi da raggiungere. Il che si ricollega allo scarso ricorso che le nostre imprese fanno della quotazione in Borsa. La mancanza di “campioni nazionali”, come vengono definiti i colossi industriali o le grandi imprese, ha determinato negli ultimi anni un elemento di fragilità del nostro Paese all’interno della competizione globale. Come molti analisti individuano, le poche imprese in grado di competere in un mercato globale sono quasi tutte ex aziende che derivano dalla galassia IRI o comunque che gravitano nella sfera pubblica.

È perciò un tema centrale la questione della facilitazione dello sviluppo dimensionale delle imprese, la loro aggregazione e il loro rafforzamento patrimoniale. Soprattutto in ottica di imprese fortemente tecnologiche che sono la frontiera dello scontro che sta avvenendo nel mercato globale, in cui, utilizzando una metafora calcistica, “non tocchiamo palla”. Se ha fatto molto discutere la scelta di una eventuale stipulazione di contratti per la tecnologia 5G molto favorevoli con la cinese Huawei piuttosto che con imprese eminentemente nella sfera americana, non si è centrato il fulcro della questione: la disarmante mancanza di Telecom in questa sfida, che nei primi anni Novanta era una delle imprese maggiormente tecnologiche al mondo.

Se le misure contenute nel DL Rilancio vanno sicuramente in questa direzione, che è quella giusta, è necessario fare molto di più. Non tanto per la mancanza di misure nel decreto, che comprende sia sconti fiscali per sostenere la generalità delle imprese, che contributi a fondo perduto, che facilitazioni sull’accesso alla liquidità con garanzia statale della SACE (che abbiamo già imparato a conoscere dallo scorso decreto), ma anche – e qui entriamo nelle decisioni di politica industriale -l’istituzione di un “Fondo patrimonio PMI” presso il MiSE per sostegno e sviluppo delle piccole e medie imprese, un “Patrimonio Destinato” sotto l’ombrello della CDP che si presta a operazioni di ingresso nel capitale delle aziende. Ancora, facilitazioni all’aumento di capitale, adozione del voto plurimo, istituzione del “Fondo per il trasferimento tecnologico” presso il MiSE e sotto ombrello di ENEA , ma anche il rafforzamento al sostegno delle Start-up innovative.

Insomma, la quantità di provvedimenti non manca; ciò che manca forse è l’entità dimensionale di queste misure. Alcuni dei fondi non superano i 100 milioni e manca una direzione centrale e univoca

dell’intervento statale nella gestione della politica industriale. Divisa per metà al Mise per metà al MEF, sarebbe forse stato più utile raggruppare e dimensionare maggiormente tutti questi provvedimenti sotto un unico cappello, anche istituendo una nuova agenzia pubblica deputata, appunto, allo sviluppo dimensionale delle PMI e del rafforzamento della capitalizzazione. Senza però limitarsi al solo capitale pubblico. Interessante, infatti, a tal proposito, è la ventilata proposta di Giancarlo Elia Valori di una “Mediobanca delle PMI”, che combina capitali pubblici e ampi capitali privati (a cui eventualmente fornire garanzia pubblica), impegnando anche l’enorme risparmio privato e lavorare così con una massa critica capace di incidere veramente sul sistema Paese. Agendo sia come venture capital nello sviluppo dimensionale che con operazioni di turnaround, cioè ristrutturazione di aziende decotte e re-immissione sul mercato. Facciamo sì che attraverso serie politiche industriali e di indirizzo economico la crisi Covid-19 non sia solo sventura, ma sia anche l’opportunità di prendere coscienza di un problema persistente del nostro tessuto