Scuola e docenti nella tempesta: aggressioni subite, malattie professionali non riconosciute e accuse di presunti maltrattamenti

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A cura del Dottor Vittorio Lodolo D’Oria, medico e specialista in tema di burnout, il Disagio mentale professionale (Dmp) degli insegnanti

La situazione scolastica italiana sta oltremodo degenerando: le famiglie, sempre più “separate” e inadeguate, aggrediscono fisicamente i docenti; gli studenti irridono i loro precettori; la politica, ammalata d’inutile “riformismo” resta cieca e sorda ai veri bisogni della scuola; le istituzioni (MEF e MIUR) rispettivamente nascondono i dati sulla salute dei docenti e non attuano la prevenzione di legge (DL 81/08). Nel frattempo si è aperto il nuovo fronte dei “presunti maltrattamenti a scuola” (PMS) degli alunni, che rischia di criminalizzare l’intera categoria delle maestre della Scuola dell’Infanzia e della Primaria. Si getta discredito sulla scuola statale che pare essere, per incanto, inadeguata nel gestire un siffatto fenomeno senza l’intervento dell’Autorità Giudiziaria (MGG).

Le aggressioni dei docenti non evocano una risposta decisa da parte delle istituzioni e i casi di aggressione a pubblico ufficiale (tale è il docente nell’esercizio delle sue funzioni) si moltiplicano senza sosta. I genitori tendono sempre più a giustificare, a ogni costo, l’operato dei figli finendo col rendere gli stessi fragili e incapaci di sopportare asperità e frustrazioni nella vita che li attende. Il corpo docente subisce gli attacchi degli avvocati delle famiglie ai quali si oppongono a spese proprie, a fronte di uno stipendio da fame che li rende ancor più fragili e con basso prestigio sociale.

Venendo alla salute della categoria, la situazione appare sorprendentemente più drammatica. Siamo all’inizio del terzo millennio, e ancora non è dato conoscere quali siano veramente le malattie professionali degli insegnanti. Qualcuno potrebbe replicare che invece si parla di burnout da oramai diversi anni e la legge che tutela la salute dei lavoratori (art. 28 DL 81/08) prevede addirittura il monitoraggio e la prevenzione dello Stress Lavoro Correlato (SLC). Tra gli operatori sanitari più aggiornati (e alla moda) circola poi il neologismo coniato di recente: rischi psicosociali. Ma Burnout, SLC e Rischi Psicosociali non sono diagnosi mediche, né hanno valenza di malattia professionale. Senza una diagnosi non esiste una malattia, senza malattia non esiste nemmeno la cura, quindi la relativa prevenzione, infine il conseguente indennizzo. A chi giova una siffatta situazione che consente di risparmiare, a danno dei lavoratori, i soldi per la prevenzione e per i risarcimenti da causa di servizio?

Dobbiamo innanzitutto dare una risposta seria alla domanda: “Quali sono le malattie professionali degli insegnanti?”. Per ora disponiamo di studi territoriali dai risultati comunque incontrovertibili: le inidoneità all’insegnamento presentano una diagnosi psichiatrica nell’80% dei casi. Sia ben chiaro che stiamo parlando di vere e proprie “diagnosi mediche” operate non da un singolo medico (e magari di parte) ma da un intero Collegio Medico di Verifica (CMV) dipendente dal Ministero Economia e Finanze (MEF) e operante in tutto il Paese nei capoluoghi di regione dal 2010. Il MEF però si rifiuta inspiegabilmente di elaborare i dati e soprattutto di fornirli a chi (come Università e sindacati) ne ha fatto richiesta per cercare di dare finalmente un volto e un nome ufficiali alle malattie professionali degli insegnanti. Senza un riconoscimento istituzionale, peraltro già ottenuto in Paesi come Francia, Inghilterra e Germania, l’intero corpo docente continuerà a restare schiacciato dai soliti insulsi stereotipi sulla categoria.

Venendo alla terza questione, osserviamo che nel 2018 sono state indagate per presunti maltrattamenti a scuola (PMS) ben 47 maestre, un record mai raggiunto nel quinquennio precedente, né mai prima d’allora. Nel solo primo trimestre del 2019 si è raggiunta la strabiliante cifra di 31 insegnanti che finiranno di fronte al giudice per analogo motivo e c’è la prospettiva di vedere più che raddoppiata l’intera casistica rispetto all’anno precedente. Ma cosa sta succedendo tra l’immobilismo delle istituzioni, il silenzio dei sindacati e la demagogia tecnologica (leggi pro-installazione di telecamere nelle scuole) dei politici? Che spiegazioni può avere il fenomeno? Stiamo dando la risposta giusta col ricorso ai procedimenti penali? Come lo si può arginare e risolvere? A chi tocca farlo? Davvero tante domande a cui la più semplice e sbrigativa risposta consiste nell’affermare che le nostre maestre stanno letteralmente scoppiando.

Assai delicato è il punto che riguarda i metodi d’indagine davvero poco adatti alla scuola: a) indagini eseguite (a differenza di quelle ispettive) da inquirenti non-addetti-ai-lavori; b) tempi di audiovideo intercettazioni (AVI) con telecamere nascoste non contingentati (pesca a strascico); c) estrapolazione e decontestualizzazione delle immagini; d) selezione “avversa” delle videoclip e assemblaggio in trailer negativi (<0,1% del filmato intero); e) drammatizzazione delle trascrizioni priva di riscontro medico-legale delle eventuali lesioni fisiche e soprattutto psichiche (“clima di paura o terrore nella classe”); f) applicazione empirica e non oggettiva del “criterio di abitualità” di un comportamento improprio.

Tutto ciò appare assurdo se si pensa che i casi di PMS erano rarissimi fino a pochi anni fa e i dirigenti scolastici sapevano gestire la cosa senza richiedere interventi esterni (proprio come avviene in Inghilterra secondo sperimentati protocolli). Inoltre è solo il preside a poter garantire un intervento tempestivo, differentemente dal procedimento penale che richiede mesi d’indagine, a tutela della piccola utenza. La scuola resta, nonostante tutto, il posto più sicuro per gli alunni, anche rispetto alla famiglia dove avvengono invero i gravi fatti di sangue ma, soprattutto, vige sempre la regola che la salute degli insegnanti è la miglior garanzia per l’incolumità della piccola utenza. Non resta che rimboccarsi le maniche.

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Vittorio Lodolo D’Oria

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